Intervista a Sergio Maltagliati

Recentemente abbiamo pubblicato un articolo su Pietro Grossi, pioniere della musica elettronica e dell’arte generativa ed abbiamo avuto l’opportunità di conoscere Sergio Maltagliati [1], compositore ed artista
digitale che ha collaborato con Grossi alla fine degli anni ’90. Di seguito è riportata l’intervista che abbiamo realizzato con Sergio Maltagliati.

Sergio Maltagliati, per prima cosa la ringrazio per averci concesso quest’intervista. Per i nostri lettori è un’occasione di conoscere meglio la sua persona e i suoi lavori. Artisticamente lei nasce come musicista, ha frequentato il conservatorio “L.Cherubini” di Firenze e successivamente si è avvicinato all’arte visuale con progetti sull’arte digitale tramite l’utilizzo di Internet. Cosa l’ha spinta ad occuparsi di questa forma d’arte così poco conosciuta nel nostro paese?

Semplicemente vivo il mio tempo e uso gli strumenti che oggi ho a disposizione. Mi spiego meglio. Quando ho iniziato a studiare musica, prima nella banda della mia città, poi al Conservatorio di Firenze, bisognava impegnarsi duramente per poter suonare uno strumento musicale. Lo stesso si può dire per la pittura (altra disciplina nella quale ho operato), servivano colori, pennelli e notevole abilità. Non c’erano alternative!
A metà degli anni ’80 cominciai a sentir parlare dei computer, che iniziavano a diffondersi. All’epoca quelli disponibili per fare musica e grafica, erano Apple e Atari. Acquistai un Atari. Non sapevo nulla di informatica, ma intuii subito, con entusiasmo le enormi possibilità del nuovo strumento. Cominciai a studiare la programmazione per poter permettere al computer di eseguire le mie particolari, e per l’epoca nuove idee compositive. Questo mio entusiasmo però non era condiviso dai miei colleghi artisti, in particolare i musicisti.
Molti di loro, alcuni oggi concertisti di alto livello, sono rimasti chiusi nella loro “torre d’avorio”, trincerandosi dietro un’abilità virtuosistica, pur avvertendo che sempre più il terreno frana sotto di loro. Se oggi vivessero Beethoven o Picasso, senza ombra di dubbio utilizzerebbero il computer.

I suoi lavori digitali sono soprattutto legati all’arte generativa, tramite l’utilizzo di software autocostruiti che uniscono la parte visiva con quella musicale, può parlarci di queste sue sperimentazioni?

Dal 1996 ho abbandonato il lavoro tradizionale (il pentagramma per intenderci, come colori e pennelli) e tutti i miei lavori sono creati digitalmente. Poi dal 1996 Internet mi ha permesso di veicolare i miei progetti, unendo in una sola opera visual-sonora musica e pittura, anche con l’interazione dell’ascoltatore. Con la Rete, ho potuto conoscere e confrontarmi con altri artisti. Con particolari software autocostruiti ho unito la disciplina visiva e sonora, fino ad allora portate avanti separatamente. La struttura della programmazione consiste quasi esclusivamente in procedimenti automatici e generativi. Non per voler rinunciare alla mia volontà compositiva, ma per dare la giusta
libertà al suono, farlo vivere autonomamente. Insomma, non limitarlo ai miei gusti personali, ma anzi alla fine, poter io stesso scoprire emozioni nuove, ascoltando la “mia” musica.

Il suo lavoro autom@tedVisualMusiC [2] è basato sull’idea di suono/segno/colore e sulle possibili variazioni visive e sonore generate a partire da un “punto iniziale”, quella che lei definisce una cellula sonoro/visuale, vuole parlarci meglio di questa sua idea?

Autom@tedVisualMusiC oltre che un software (o meglio più software in quanto ogni singolo lavoro ha una diversa programmazione), è un procedimento compositivo nato dal concetto dei programmi grafici di HomeArt di Pietro Grossi. In alcuni dei miei lavori come la serie “Circus” ne copia fedelmente, per alcuni tratti, anche il codice sorgente scritto nel linguaggio Basic, e volutamente lasciato “aperto”, nello spirito che ha sempre accompagnato il lavoro di Grossi di “condivisione” totale del suo prodotto artistico, reso disponibile per ulteriori variazioni.
Si può partire da immagini, segni o colori, ad ognuno dei quali è abbinata una nota, suono o evento sonoro. Per la corrispondenza nota/colore, ho studiato le ricerche storiche di pittori e musicisti (in particolare il pittore astrattista Luigi Veronesi) arrivando ad una mia stesura comparativa già nel 1988 con il progetto “Il Suono Giallo”.
Dopo questa operazione preliminare di scelta, interviene il software che sviluppa, come ho detto in modo automatico e generativo all’infinito il lavoro. La cellula generativa visuale può essere reversibile, in quanto si può partire da una musica o rumore e trovare a questi abbinamenti grafico-visuali.

Alla fine degli anni ’90 ha avuto modo di conoscere e collaborare con Pietro Grossi, vorrei chiederle un suo personale ricordo del maestro Grossi e se, ed in che modo, questa collaborazione ha influenzato la sua visione d’artista.

Mentre studiavo al Conservatorio di Firenze, penso di di non aver mai incontrato il Maestro Grossi che lì insegnava. Nel 1980 sono uscito dal Conservatorio (non ancora ventenne) con il diploma di Trombone, iniziando subito la mia attività professionale di strumentista. Pietro Grossi e Sergio Maltagliati (1997) Come ho detto in precedenza, pochi anni dopo cominciai ad interessarmi al computer per poter fare musica. Nelle mie prime ricerche venne subito fuori il nome di Grossi tanto che cominciai a seguire le sue lezioni pubbliche e conferenze, senza però mai avvicinarlo. Allora il mio lavoro informatico non esisteva, non avevo prodotto nulla, e non sapevo se in futuro sarei stato in grado di creare qualcosa. Quando i tempi furono
maturi, tutto avvenne in modo spontaneo e naturale. Nel 1995 finalmente avevo un lavoro da mostrare, e cosa più importante sapevo cosa voleva dire per me essere musicista e compositore nell’era digitale. Il Maestro presenziava ad una sua mostra a Firenze. Lo avvicinai, gli parlai delle mie ricerche, mi invitò a casa sua, venne presso il mio studio e fra noi, ben presto si instaurò una sintonia perfetta. Nel 1997 abbiamo realizzato “netOper@” prima opera italiana collaborativa attraverso la Rete. Più che influenzare il mio lavoro diciamo che lui mi ha aiutato a tirar fuori quello che era dentro di me. Non ambiva a creare scuole di pensiero o seguaci, ma come lo era nei confronti del suono, voleva che ognuno fosse se stesso.

Così come teorizzato da Pietro Grossi nel suo progetto netOper@ e nei suoi scritti sulla Homeart lo slogan “il computer ci libera dal genio altrui ed accresce il nostro” rappresenta una sorta di manifesto sociale dell’arte che non è vista più come opera di un singolo ma come lavoro collettivo e collaborativo. In qualche modo il computer ci sta dando nuove possibilità di espressione artistica. Quali sono le sue riflessioni su questo aspetto comunitario e collaborativo dell’arte?

“Il computer ci libera dal genio altrui e accresce il nostro”. L’artista oggi, dopo la rivoluzione informatica, con la sua opera non può più dire: “guarda cosa so fare io” ma “guarda cosa puoi fare tu”. Questa frase è sconvolgente quanto di estrerma attualità. Molti non l’hanno compresa o si sono limitati (per paura) a interpretarla superficialmente. Mi spiego meglio. Il computer permette di rifare per esempio una esecuzione musicale alla perfezione, anche senza alcuna competenza musicale o di programmazione. Non solo ma permette anche di modificare, ampliare un lavoro artistico. Ci sono decine di software in Rete quasi per ogni scopo. L’opera non è più di proprietà e abilità esclusiva dell’autore o esecutore, infatti Grossi ha sempre diffuso liberamente il suo lavoro. Era felice quando qualcuno lo utilizzava per fare qualcos’altro.

Nel 2010 ha realizzaro APP_Visu@lMusiC_0.1, un’opera interattiva per dispositivi mobile basati su Android, ci vuole parlare di questo suo progetto e di questo suo interesse per i dispositivi mobile?

Nel 2001 ho realizzato “NextOper@” dove il telefono cellulare è uno strumento musicale vero e proprio e di composizione e creazione di immagini, parole, suoni, il tutto fruito attraverso la rete mobile GSM. “MidiVisu@lMusiC” del 2005 invece è un lavoro disponibile su piattaforma Imode, un “Internet ridotto” disponibile allora. “APPVisu@lMusiC” del 2010 su su dispositivi Android è semplicemente un adeguarsi
ai nuovi sviluppi della tecnologia, per una più ampia diffusione del mio lavoro.

Infine, visto che l’arte generativa è ancora poco conosciuta nel nostro paese, mi piacerebbe conoscere il suo punto di vista su questa forma d’arte ed in particolar modo sulla software art; lei considera l’atto di scrivere (programmare) un algoritmo per computer una nuova forma d’arte?

Non è una nuova forma d’arte è l’arte di oggi, chiamata software art, computer art, generative art, net art ecc., tutta comunque riferita alle nuove tecnologie, dove è centrale il computer e di conseguenza il palcoscenico della Rete. Mi meraviglia il fatto che invece coloro che si ritengono artisti contemporanei usano ancora corde, archetti, pentagrammi, tanto fiato, colori e tele. Quando vedo un’orchestra che suona, mi meraviglio che suonino ancora, mi sembra di tornare al passato. E’ vero, sembra strano che oggi questa arte è ancora ai margini. Personalmente non mi preoccupo di cercare più o meno consenso. Faccio quello che credo, nella mia epoca. Forse qualcosa…rimarrà!

Riferimenti

[1] Sito ufficiale di Sergio Maltagliati
[2] autom@tedVisualMusiC…da HomeArt