La poetica del canto di Valeria Scuteri

Valeria Scuteri è una donna schiva, quasi timida, che non ama mettersi in mostra. L’ho conosciuta all’Imbiancheria del Vajro in occasione della VI^ Biennale di Fiber Art di Chieri (Torino n.d.r.). Seduta su una panchina, guardava i visitatori che, ammirati, osservavano la sua opera; una installazione con tre-quattro paia di scarpe e una borsetta, tessute a mano, appoggiate su un vecchio scaffale. Un’opera dal titolo apparentemente classicheggiante (Dall’horror vacui alla consapevolezza) ma di sublime poesia. Un grido di pace nella nuova stagione del grande orrorre delle guerre. Qualche giorno dopo ho rivisto Valeria Scuteri nel suo studio moncalierese: un’antica sagrestia di una chiesa (Santa Croce) innervata nel cuore storico della città, un labirinto di piccole stanze che si rincorrono su due piani come nel castello di Kafka. E lì, come nel “Sentiero dei nidi di ragno” di Calvino, sono racchiusi i segreti di questa donna –artista che ha parecchio da dire agli uomini di questo tempo”.

Con queste parole perfettamente calzanti, il giornalista Cesare Roccati (anche artista e grande uomo di cultura e conoscitore d’arte, scomparso prematuramente e a cui l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte ha dedicato la biblioteca nella sede di Torino) descriveva la figura di Valeria Scuteri nel Catalogo ‘Canto di Donna Canto di Telaio’ pubblicato dalla Celid nel 2004 in occasione di un’omonima mostra.
Valeria Scuteri, i cui lavori sono stati inseriti in libri scolastici della scuola dell’obbligo, è una pioniera e sperimentatrice, la cui ricerca si è snodata, e si snoda, incurante dei dettami commerciali. Amatissima dagli intenditori e dai giornali più famosi che le hanno dedicato intere pagine grazie alla duplice valenza del suo lavoro, tanto profondo nella poetica quanto forte nella bellezza quasi mozzafiato del suo impatto, è un’artista che pur con una carriera punteggiata di successi e riconoscimenti prestigiosi, ancora non è stata capita nella propria forza e originalità: dai musei italiani, troppo spesso prigionieri di vecchie rotaie e dai galleristi, per fortuna non tutti, ancorati a vecchi schemi, che nel cercare vie di business (anche questo più che giusto e utile, anzi fondamentale per dare dignità al lavoro artistico) non riescono tuttavia a mettere in atto comunicazioni e tecniche più innovative e attente ad una qualità oggi ormai assolutamente indispensabile.

Nata in Calabria, terra che scorre nelle sue vene insieme al suono del mare e agli echi delle civiltà dei tanti popoli antichi che l’hanno percorso, Valeria si è trasferita a Torino giovanissima, formandosi attraverso l’iter istituzionale con i maestri Scroppo e Martina, specializzandosi poi con Teonesto Deabate: figura fondamentale del suo percorso professionale con cui intesse un rapporto filosofico-artistico e svincolato da discepolato e influenze stilistiche.

La pittura e la scultura si dipanano nella sua ricerca indagando il mondo interiore dell’umanità: l’universo femminile e quello maschile esplorati alla luce di un superamento del dolore e la ricomposizione di corpi che ritrovano dignità nell’anima e nell’esistenza riletta in una luce universale. Come in un eremitaggio interiore, Valeria ha lavorato, anno dopo anno, sperimentando medium linguistici capaci di esprimere simbolicamente una poetica profonda. Così ha iniziato a tessere, fin dagli esordi della sua carriera, con telaio non convenzionale ricavato dalla struttura di una tela, utilizzando grandi fili colorati di acciaio poi assemblati e manipolati, insieme a brandelli di tessuto, pietre, frammenti di materiali fra i più insoliti. Sceglie così da subito la manualità associata ad azioni performative come atto concettuale e teorico, anticipando di oltre vent’anni le nuove tendenze delle generazioni di oggi. Con continuità riprende gli atavici gesti dei cestai e delle donne di Calabria intente a teessere, recuperando anche vecchi tessuti come gli abiti di ginestra, realizzati nei momenti di difficoltà tra la vecchia gente di mare. Ancora oggi odorosi di profumi mediterranei, li assembla, li installa e ne fa “oggetto” di profondo sentire esistenziale alla scoperta di tracce di saggezza che nelle sue opere trovano nuova vita nella sperimentazione in progress..
Valeria ha praticato inizialmente la fiber art, quasi senza sapere che nel mondo molti altri artisti utilizzavano questo medium. La Fiber Art, come storicamente è indicato questo linguaggio (non un’etichetta ma un’indicazione di pensiero e di idee) è stata infatti patrimonio soprattutto di altri Paesi. Ne capta le onde quasi inconsciamente. Negli anni del femminismo guarda con attenzione ad artiste come Miriam Shapiro che riprende il cucito come gesto povocatorio per ridare dignità alla donna, ma nell’osservarla mantiene la sua originalità, seguendo con coerenza il personale percorso intrapreso.

Con la caduta delle torri di New York, il suo lavoro assume una svolta decisiva, e si conferma indirizzandosi ad un’arte che intende esprimere un messaggio sempre più preciso. Riflettendo su quanto il mondo abbia urgenza di una pace gandhiana, concentra nel telaio il pensiero sulla necessità di un recupero della parte più spirituale dell’essere umano.

Le opere, che timidamente presenta pochi anni dopo ad eventi internazionali vengono immediatamente accolte, e il suo nome inzia senza sosta a figurare tra i più prestigiosi eventi espositivi in Europa. Copiatissima quanto studiata nelle scuole d’arte, Valeria Scuteri, che rompe i suoi silenzi solo con opere sempre più monumentali dalle numerose possibilità di lettura, rimane un’artista vera, la cui opera troverà, prima o poi, pagine da sfogliare accanto a quelle dei maestri storicizzati.